Articoli Tv e Spettacolo

Giornata mondiale della televisione: tutto cambia, tutto peggiora.

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Il 25 marzo del 1925 è il giorno in cui la prima televisione fu esposta a Londra dall’ingegnere scozzese John Logie Baird. Mentre in Italia la luce per la Tv si è accesa il 3 gennaio del 1954. Da allora di acqua sotto i ponti ne è passata.

Lo stereotipo principale con cui in questi anni abbiamo avuto a che fare è che la Tv di Stato dovesse essere educativa, e la restante televisione potesse fare un po’ ciò che voleva, con il risultato che la seconda potesse vincere a mani basse. E a questa opinione siamo stati indotti da fatti concreti. Senza andare troppo indietro, in questi giorni ne abbiamo un esempio nitido con certi programmi magari non educativi, ma che cercano di ridare un po’ di dignità alla Tv, asfaltati da prodotti al limite del trash, limite superato.

La televisione è cambiata, come siamo cambiati noi. L’offerta è quadruplicata, la fruibilità della Tv è aumentata attraverso l’aiuto della tecnologia, il mondo si è incattivito, i social che potrebbero essere uno strumento di evoluzione, sono invece lo specchio dell’involuzione della specie. Oggi, in occasione della giornata mondiale della televisione, una riflessione è d’obbligo.

Uno degli argomenti di questa 21° edizione è la  fiducia verso l’informazione tradizionale che pare sia aumentata a discapito di quella tramite il web. È davvero così? Io qualche dubbio ce l’ho.

È dunque proprio sul web che mi vorrei soffermare, quel mondo astratto che permette di sputare odio verso questo o quello, attraverso il quale si continuano processi mediatici iniziati proprio in Tv o per colpa della Tv. Visto il tanto, troppo credito che si da ad un tweet piuttosto che ad un post credo che la questione fiducia o credibilità sia un po’ da rivedere.

Del resto è la stessa televisione ad essere priva di identità che ispiri fiducia. Una Tv irriconoscibile che fa la guerra anche con sé stessa per un punto percentuale in più. Difficile a queste condizioni parlare di fiducia.

Altro tasto dolente l’auditel, quel meccanismo assurdo per cui va avanti solo ciò che porta a casa numeri alti perché evidentemente questo è sinonimo di qualità, mentre un punto in meno nelle migliori delle ipotesi diventa terreno fertile per il web (guarda caso) per crocifiggere e alcune volte brindare alla sconfitta. Un auditel sul quale si dovrebbe aprire un capitolo a parte perché ancora dobbiamo trovare il senso di basare tutto su questi numeri, quando il modo classico per fruire di un prodotto televisivo, unico per altro attraverso il quale si raccolgono questi dati, è solo uno dei tanti per poter “vedere” la Tv. Una Tv che purtroppo è sempre più alla mercé della politica e della pubblicità.

Qualche passo avanti si è provato a farlo, un po’ più di cultura, un po’ meno televisione urlata, ma tranne casi eccezionali, la maggior parte sono piccole meteore destinate a scomparire. Perché? Semplice, perché non fanno ascolti. Ma secondo voi, è sempre davvero vero che ascolti alti sono sinonimo di qualità? Io qualche dubbio ce l’ho e credo l’avrò ancora per molto tempo.

L’evoluzione non deve essere solo tecnologica, ma anche culturale, ideologica e lasciatemelo dire anche umana.

Enrica Leone

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